Trasferirsi in Italia dal Regno Unito: visti, tasse e adempimenti

Trasferirsi in Italia dal Regno Unito dopo la Brexit significa gestire due sistemi insieme: entrare in quello italiano e uscire ordinatamente da quello britannico. Questa guida copre visto di tipo D e permesso di soggiorno, residenza fiscale e regola dei 183 giorni, pensioni e contributi National Insurance, successione e Inheritance Tax, fino al regime fiscale giusto per ogni profilo — pensionato, lavoratore da remoto, italiano che rientra o grande patrimonio.

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Trasferirsi in Italia dal Regno Unito dopo la Brexit significa gestire due sistemi insieme: entrare in quello italiano e uscire da quello britannico. Questa guida copre visto, residenza fiscale, pensione, contributi National Insurance, successione e il regime fiscale giusto per ogni profilo.

In breve — Dal 1° gennaio 2021 un cittadino britannico è, per l’Italia, cittadino di un Paese terzo: per soggiorni oltre 90 giorni servono un visto nazionale di tipo D e, dopo l’arrivo, il permesso di soggiorno. La residenza fiscale italiana scatta dopo più di 183 giorni l’anno (art. 2 del TUIR). I regimi agevolati cambiano per profilo: il 7% per i pensionati nei comuni fino a 30.000 abitanti del Mezzogiorno, il regime impatriati per i lavoratori qualificati, la flat tax da 300.000 euro per i grandi patrimoni. Attenzione alle pensioni da servizio pubblico britannico: per l’articolo 19 della Convenzione restano tassate nel Regno Unito.

Le informazioni fiscali e normative sono verificate alla data di revisione (26 giugno 2026). Alcuni regimi — in particolare la flat tax per neo-residenti e le regole sui contributi National Insurance — sono in evoluzione: prima di decidere, conferma i dati con le fonti ufficiali o con un professionista.

Cosa significa trasferirsi in Italia dal Regno Unito dopo la Brexit?

Trasferirsi in Italia dal Regno Unito significa compiere due movimenti insieme: entrare in modo ordinato nel sistema italiano e uscire in modo ordinato da quello britannico. La maggior parte delle guide racconta solo il primo. Questa segue entrambi, perché è sul secondo che si commettono gli errori più costosi.

Dal 1° gennaio 2021, con la fine del periodo di transizione della Brexit, i cittadini britannici non beneficiano più della libertà di circolazione dell’Unione Europea (UE). Per soggiornare in Italia oltre 90 giorni un cittadino britannico è, a tutti gli effetti, un cittadino di un Paese terzo: gli servono un visto nazionale e, dopo l’arrivo, un permesso di soggiorno.

Per i soggiorni brevi la situazione resta semplice. Un cittadino britannico può entrare in Italia senza visto e restare fino a 90 giorni ogni 180 per turismo, visite o affari. Dall’ultimo trimestre del 2026, secondo il portale ufficiale dell’Unione Europea, entrerà progressivamente in funzione l’autorizzazione ETIAS (European Travel Information and Authorisation System), al costo di 20 euro, con esenzione per gli under 18 e gli over 70. È previsto un periodo transitorio: l’autorizzazione diventerà di fatto obbligatoria solo alcuni mesi dopo l’avvio, presumibilmente dalla primavera del 2027. L’ETIAS non è un visto, ma un’autorizzazione di viaggio per chi è esente dall’obbligo di visto.

Una precisazione utile riguarda chi era già in Italia prima della Brexit. I cittadini britannici che hanno stabilito la residenza in Italia entro il 31 dicembre 2020 sono tutelati dall’Accordo di recesso (Withdrawal Agreement) e hanno una carta di soggiorno dedicata: per loro le regole sono diverse da quelle descritte qui, che valgono per chi si trasferisce oggi.

Questa guida parla a quattro profili, perché da Londra all’Italia non si muove un solo tipo di persona. Il pensionato che cerca un clima e un costo della vita più miti. Il lavoratore da remoto che porta con sé un impiego o una libera professione. L’italiano che rientra dopo anni di lavoro nel Regno Unito, magari con figli britannici. Il titolare di un patrimonio importante che valuta dove fissare la residenza. Per ciascuno cambiano il visto e, soprattutto, il regime fiscale. Per un quadro d’insieme conviene partire dalla guida pratica per trasferirsi in Italia.

Quale visto serve per entrare in Italia?

Non esiste un unico visto: la scelta dipende dalla fonte di reddito e dal progetto di vita. Un cittadino britannico richiede al consolato italiano competente per la propria residenza nel Regno Unito uno dei visti nazionali di tipo D descritti di seguito.

VistoPer chiRequisito economico chiaveLavoro in Italia
Residenza Elettiva (ERV)Pensionati e titolari di redditi passiviReddito passivo da fonte estera: circa €31.000/anno per un singolo, con maggiorazione del 20% per il coniuge e del 5% per ogni figlio a caricoNon consentito
Digital Nomad Visa (DNV)Lavoratori da remoto e freelance qualificatiReddito da lavoro remoto per soggetti esteri: circa €28.000/annoSolo da remoto, per datori o clienti esteri
Lavoro subordinatoChi ha un’offerta da un datore di lavoro italianoContratto e nulla osta, nei limiti del decreto flussi
Lavoro autonomoLiberi professionisti e imprenditoriRequisiti economici e quote del decreto flussi
StudioStudenti iscritti a un corso riconosciutoMezzi di sussistenza per €10.179,85/annoSì, fino a 20 ore/settimana
Ricongiungimento familiareChi raggiunge un familiare già residenteReddito e alloggio idonei

Il visto per Residenza Elettiva (Elective Residence Visa, ERV) è la via dei pensionati e di chi vive di redditi passivi, e non consente di lavorare in Italia: i requisiti e l’iter sono nella guida dedicata al visto per Residenza Elettiva. Il Digital Nomad Visa è dedicato a chi lavora da remoto per datori o clienti esteri; il confronto tra le due rotte più frequenti tra i britannici è spiegato nell’articolo su Digital Nomad Visa o Residenza Elettiva, ed è il percorso che Impatria accompagna con Nomad Landing. Chi entra per studio trova i dettagli nella guida al visto studente per l’Italia. I visti per lavoro subordinato e autonomo passano invece per il decreto flussi e per le sue quote annuali.

Le soglie reddituali indicate sono i minimi di riferimento. Diversi consolati — in particolare quelli del Regno Unito — applicano benchmark interni più alti, fino al doppio o al triplo del minimo di legge. Conviene trattare le cifre come soglia di partenza e verificare la checklist del consolato competente.

Un’eccezione importante riguarda gli italiani che rientrano. Chi ha la cittadinanza italiana — o è familiare di un cittadino italiano o dell’Unione Europea — non richiede alcun visto e non segue la procedura del permesso di soggiorno: rientra liberamente. Restano però identici, come si vedrà, gli adempimenti fiscali da coordinare tra Regno Unito e Italia.

Visto per Residenza Elettiva in Italia 2026: guida completa

Come si ottiene il permesso di soggiorno una volta arrivati in Italia?

Il permesso di soggiorno va richiesto entro 8 giorni lavorativi dall’ingresso in Italia. Il visto autorizza l’ingresso nel Paese, ma è il permesso di soggiorno a rendere regolare la permanenza oltre i primi giorni.

La domanda si presenta con il kit cartaceo a banda gialla, disponibile negli uffici postali con sportello dedicato. Il richiedente consegna il kit compilato, la copia del passaporto e del visto, e i documenti che provano il motivo del soggiorno. L’operatore postale rilascia una ricevuta, valida come permesso provvisorio fino all’appuntamento in Questura per il fotosegnalamento.

In parallelo, chi stabilisce in Italia la propria dimora abituale richiede l’iscrizione anagrafica al comune di residenza: un passaggio che incide anche sulla residenza fiscale. Un documento utile fin da subito è il codice fiscale, necessario per quasi tutte le pratiche e ottenibile anche prima della partenza, come spiega la guida su come ottenere il codice fiscale dall’estero.

Tempi e costi del trasferimento: quanto serve e quanto costa

Trasferirsi non è un’operazione lampo. Tra l’appuntamento in consolato e il permesso di soggiorno fisicamente in mano possono passare diversi mesi: pianificare significa lavorare a ritroso da una data realistica di arrivo in Italia.

Una timeline realistica

I tempi reali variano da consolato a consolato e da Questura a Questura, ma una scansione orientativa del percorso è questa.

PassaggioTempistica indicativa
Prenotazione dell’appuntamento al consolato italiano nel Regno UnitoDa poche settimane fino a 2-3 mesi di attesa
Istruttoria del visto nazionale di tipo DFino a 90 giorni per legge, in media 30-60
Ingresso in Italia con il visto
Presentazione del kit per il permesso di soggiorno alle PosteEntro 8 giorni lavorativi dall’ingresso
Appuntamento in Questura per il fotosegnalamentoDa poche settimane fino ad alcuni mesi nelle grandi città
Iscrizione anagrafica al Comune di residenzaAvviata subito dopo aver fissato la dimora; verifica entro 45 giorni
Consegna del permesso elettronicoSettimane o mesi dopo il fotosegnalamento

La conseguenza pratica è una sola: l’appuntamento in consolato va prenotato prima di tutto, perché è la voce con il lead time più imprevedibile. Da lì, il resto del percorso si incastra in modo prevedibile.

I costi reali del trasferimento

I costi vivi del trasferimento, escludendo voli e trasloco, si concentrano in poche voci ricorrenti. Tutti gli importi sono in vigore alla data di revisione di questo articolo e vanno confermati al momento della domanda.

VoceCosto indicativo
Visto nazionale di tipo D€116 (tariffa consolare di riferimento, in sterline al cambio del consolato)
Permesso di soggiorno (durata superiore a 1 anno)€16 + €50 + €30,46 + €30 = circa €126
Permesso UE per soggiornanti di lungo periodo (dopo 5 anni)€16 + €100 + €30,46 + €30 = circa €176
Codice fiscaleGratuito
Iscrizione volontaria al SSN per chi non ha altro titolo (es. visto ERV)€2.000 l’anno (€700 per gli studenti), ai sensi della Legge di Bilancio 2024
Traduzioni giurate e legalizzazione (apostille) dei documentiVariabile, indicativamente €50-150 per documento

A queste voci si aggiungono i costi di consulenza legale o fiscale, fortemente raccomandati per chi mantiene redditi, immobili o patrimonio nel Regno Unito. La tariffa esatta del visto in sterline fa fede sul listino del Consolato Generale d’Italia a Londra; i costi aggiornati del permesso di soggiorno sono pubblicati sul Portale Immigrazione.

Quali adempimenti chiudere con l'HMRC e le banche prima di partire?

Trasferirsi non significa solo arrivare in Italia: significa anche uscire ordinatamente dal sistema britannico. Prima della partenza, un cittadino britannico deve regolare la propria posizione con l’HMRC (HM Revenue & Customs, l’amministrazione fiscale del Regno Unito), definire il momento esatto in cui cessa la residenza fiscale britannica e sistemare i rapporti con le banche. Sono passaggi amministrativi: la parte fiscale più pesante — pensione, contributi e patrimonio — è trattata nella sezione successiva.

Comunicare la partenza all'HMRC con il modulo P85

Chi lascia il Regno Unito per vivere stabilmente all’estero deve informare l’HMRC della partenza. Lo strumento ordinario è il modulo P85, “Get your Income Tax right if you’re leaving the UK”, con cui si comunica la data di uscita e si può chiedere il rimborso dell’imposta sul reddito eventualmente trattenuta in eccesso. Il modulo non è necessario se per l’anno di partenza si presenta comunque una dichiarazione Self Assessment: in quel caso la comunicazione avviene attraverso la dichiarazione stessa.

La residenza fiscale britannica, l'anno fiscale e lo split year

La residenza fiscale britannica non si interrompe per il solo fatto di partire. Viene determinata dallo Statutory Residence Test, un insieme di criteri che misurano i giorni di presenza e i legami con il Regno Unito. Definire con precisione la data in cui si cessa di essere residenti britannici è la premessa di tutto il resto.

Qui entra in gioco un dettaglio che molti scoprono tardi: l’anno fiscale britannico non coincide con l’anno solare. Va dal 6 aprile al 5 aprile dell’anno successivo, mentre l’anno fiscale italiano va dal 1° gennaio al 31 dicembre. Chi si trasferisce a metà anno si muove quindi tra due calendari diversi.

Per l’anno del trasferimento il Regno Unito prevede lo split-year treatment: l’anno fiscale britannico viene diviso in una parte di residenza e una di non residenza, così che dopo la partenza il reddito estero non resti tassato nel Regno Unito. L’Italia, al contrario, non prevede lo split year: secondo l’articolo 2 del Testo Unico delle Imposte sui Redditi (TUIR), chi trascorre in Italia più di 183 giorni nell’anno solare è residente fiscale per l’intero anno. Coordinare la data di partenza dal Regno Unito con il conteggio dei giorni in Italia è il modo per non risultare residente fiscale in entrambi i Paesi nello stesso periodo. È una pianificazione da impostare prima di partire, idealmente con un consulente che conosca entrambi i sistemi.

Conti correnti, ISA e altre comunicazioni

Restano alcuni passaggi pratici, semplici ma da non rimandare. Le banche britanniche vanno informate del cambio di indirizzo, e alcune non mantengono i conti per i clienti non residenti: meglio verificarlo prima di partire. I conti ISA (Individual Savings Account) si possono conservare, ma una volta persa la residenza britannica non è più possibile versarvi nuovi contributi. Chi vuole continuare a votare alle elezioni britanniche può registrarsi come elettore all’estero.

Guida pratica per trasferirsi in Italia nel 2026

Pensione, contributi e patrimonio: cosa resta legato al Regno Unito

Trasferire la residenza in Italia non recide tutti i legami con il Regno Unito. Pensione, contributi previdenziali, immobili e patrimonio continuano a dialogare con il sistema britannico per anni. È la parte più trascurata dalle guide, ed è quella che decide la convenienza reale del trasferimento.

I contributi National Insurance e cosa cambia dal 6 aprile 2026

Il National Insurance è il sistema contributivo britannico che dà diritto alla pensione statale e ad alcune prestazioni. Per ottenere la nuova pensione statale britannica nella misura piena servono in genere 35 anni di contribuzione, e ne occorrono almeno 10 per averne diritto: ogni anno mancante riduce l’assegno. Chi vive all’estero può versare contributi volontari per non interrompere questa maturazione.

Le regole cambiano in modo netto a partire dall’anno fiscale britannico 2026/2027. Dal 6 aprile 2026 non è più possibile versare i contributi volontari di Classe 2 — i più economici, circa 3,50 sterline a settimana (circa 182 sterline l’anno) — per i periodi trascorsi all’estero: resta solo la Classe 3, circa cinque volte più cara, intorno a 17,75 sterline a settimana (circa 923 sterline l’anno). Lo stabilisce la guida di GOV.UK sulle nuove regole per i contributi volontari dall’estero.

Cambiano anche le condizioni di accesso. I nuovi richiedenti della Classe 3 dall’estero devono dimostrare un legame stretto con il Regno Unito: secondo GOV.UK, aver risieduto nel Paese per almeno dieci anni consecutivi, oppure aver versato almeno dieci anni di contributi National Insurance.

Chi versa già contributi volontari di Classe 2 ha però una finestra di salvaguardia. L’HMRC contatterà questi contribuenti a luglio 2026 e consentirà loro di passare alla Classe 3 senza soddisfare il nuovo requisito dei dieci anni, applicando un più accessibile criterio di tre anni: la domanda va presentata entro il 6 aprile 2027. Per questo, chi sta pianificando il trasferimento dovrebbe richiedere all’HMRC l’estratto della propria posizione contributiva (lo State Pension forecast) prima di partire.

La pensione statale britannica si rivaluta anche in Italia

La pensione statale britannica (State Pension) continua a essere rivalutata ogni anno per chi risiede in Italia. È una differenza sostanziale rispetto a Paesi come l’Australia o il Canada, dove la pensione dei residenti britannici resta “congelata” all’importo iniziale.

La tutela ha due fondamenti, a seconda della data del trasferimento. Per chi si è trasferito entro il 31 dicembre 2020 deriva dall’Accordo di recesso (Withdrawal Agreement). Per chi si trasferisce dal 1° gennaio 2021 in poi, l’adeguamento annuale è garantito dal Protocollo sul coordinamento della sicurezza sociale dell’Accordo sugli scambi e la cooperazione tra Regno Unito e Unione Europea. In entrambi i casi la pensione cresce ogni anno come nel Regno Unito, secondo la regola del “triplo blocco” (triple lock): il maggiore tra inflazione, crescita salariale e 2,5%.

La pensione statale si richiede e si gestisce dall’estero tramite l’International Pension Centre britannico, che cura i pagamenti verso i pensionati residenti fuori dal Regno Unito.

I redditi e gli immobili che restano nel Regno Unito

Chi mantiene un immobile nel Regno Unito e lo affitta resta soggetto all’imposta britannica su quel reddito. Si applica il Non-Resident Landlord Scheme: l’agenzia immobiliare o l’inquilino trattengono in genere l’imposta di base (attualmente il 20%) prima di versare il canone. Il proprietario può però chiedere all’HMRC di ricevere l’affitto al lordo, presentando il modulo NRL1: l’imposta verrà poi liquidata in dichiarazione, senza ritenuta a monte.

Lo stesso reddito da locazione va comunque dichiarato anche in Italia, dove il residente fiscale tassa i redditi ovunque prodotti. La doppia imposizione si evita con il credito d’imposta previsto dalla Convenzione Italia-Regno Unito contro le doppie imposizioni: l’imposta pagata nel Regno Unito si scomputa da quella italiana. Considerazioni analoghe valgono per le plusvalenze sugli immobili britannici, che restano imponibili nel Regno Unito anche quando il proprietario è ormai residente in Italia.

L'imposta di successione britannica dopo la riforma del 2025

È l’aspetto più trascurato di tutto il trasferimento, e spesso il più costoso. Dal 6 aprile 2025 il Regno Unito ha sostituito il vecchio criterio del domicile con un sistema di Inheritance Tax basato sulla residenza. Lo stabilisce la guida di GOV.UK sull’imposta di successione per i long-term resident.

È considerato long-term resident chi è stato residente fiscale nel Regno Unito per almeno dieci dei venti anni fiscali precedenti. Per queste persone i beni in tutto il mondo restano nel perimetro dell’Inheritance Tax britannica, che si applica con un’aliquota del 40% sul valore eccedente la soglia esente.

Chi lascia il Regno Unito non esce subito da quel perimetro: resta una “coda” di alcuni anni, tanto più lunga quanto più a lungo si è stati residenti.

Anni di residenza fiscale nel Regno Unito (negli ultimi 20)“Coda” di Inheritance Tax dopo la partenza
Da 10 a 13 anni3 anni
14 anni4 anni
15 anni5 anni
16 anni6 anni
17 anni7 anni
18 anni8 anni
19 anni9 anni
20 anni10 anni

Dopo dieci anni fiscali consecutivi di non residenza, il test dei “dieci anni su venti” si azzera. Da quel momento, in linea generale, solo i beni situati nel Regno Unito restano soggetti all’Inheritance Tax britannica.

C’è poi uno strumento che pochi conoscono. Tra Italia e Regno Unito esiste una convenzione specifica contro la doppia imposizione sulle successioni, firmata il 15 febbraio 1966 ed entrata in vigore il 9 febbraio 1968. Continua ad applicarsi all’odierna Inheritance Tax britannica e all’imposta di successione italiana, perché copre anche i tributi “sostanzialmente analoghi” introdotti dopo la firma. Va ricordato che l’imposta di successione italiana è in genere molto più leggera di quella britannica: le aliquote vanno dal 4% all’8%, con franchigie elevate per il coniuge e i figli. Per chi ha un patrimonio significativo, la pianificazione successoria va impostata prima del trasferimento, non dopo.

Come vengono tassati i redditi in Italia? Il regime per ogni profilo

L’Italia tassa i propri residenti fiscali sui redditi ovunque prodotti, ma offre regimi agevolati pensati per chi arriva dall’estero. Non esiste un “regime per i britannici”: esiste il regime giusto per il tuo profilo. Questa sezione lo individua per ciascuno dei quattro casi tipici.

Quando si diventa residenti fiscali in Italia

Un cittadino diventa residente fiscale italiano se, per la maggior parte del periodo d’imposta — più di 183 giorni l’anno solare — ha in Italia almeno uno tra: la residenza ai sensi del codice civile (la dimora abituale), il domicilio (il luogo in cui si sviluppano in via principale le relazioni personali e familiari) o la presenza fisica. È la regola dell’articolo 2 del TUIR, riscritto dal Decreto Legislativo 209/2023 con effetto dal periodo d’imposta 2024. Dalla stessa data l’iscrizione all’anagrafe non è più decisiva da sola: vale come presunzione relativa, superabile con prova contraria.

Il residente fiscale italiano dichiara in Italia i redditi ovunque prodotti. La Convenzione Italia-Regno Unito contro le doppie imposizioni — firmata a Pallanza il 21 ottobre 1988 e ratificata con la Legge 329/1990 — evita la doppia tassazione, ma, come si vedrà subito, non tutti i redditi seguono la stessa regola.

La distinzione che cambia tutto: le pensioni da servizio pubblico

La distinzione più importante, e la più ignorata, riguarda le pensioni. Le pensioni private e occupazionali, e la pensione statale britannica, sono in genere tassabili nel Paese di residenza: per un residente fiscale italiano, quindi, in Italia.

Le pensioni da servizio pubblico britannico — NHS, civil service, forze armate, insegnanti delle scuole statali — seguono invece l’articolo 19 della Convenzione Italia-Regno Unito e restano tassate esclusivamente nel Regno Unito, salvo che il pensionato sia al tempo stesso cittadino e residente italiano. Un cittadino britannico che si trasferisce in Italia non diventa cittadino italiano: la sua pensione di servizio pubblico continua quindi a essere tassata nel Regno Unito. La conseguenza pratica è netta: una pensione che, per effetto della Convenzione, resta tassata solo nel Regno Unito non entra nella base imponibile italiana e non beneficia dei regimi agevolati italiani. È la prima verifica da fare, perché cambia il conto finale.

Per il pensionato: il regime del 7% nel Mezzogiorno

Il regime del 7% è la via dei pensionati. I titolari di una pensione da fonte estera che trasferiscono la residenza in un comune fino a 30.000 abitanti delle otto regioni del Mezzogiorno — Abruzzo, Molise, Campania, Puglia, Basilicata, Calabria, Sicilia e Sardegna — possono optare per un’imposta sostitutiva del 7% su tutti i redditi esteri tassabili in Italia, per dieci periodi d’imposta. È l’articolo 24-ter del TUIR. La soglia, prima fissata a 20.000 abitanti, è stata elevata a 30.000 da una legge in vigore dal 7 aprile 2026, che ha ampliato la platea dei comuni eleggibili. Il Regno Unito ha con l’Italia un accordo di scambio di informazioni fiscali, requisito necessario per accedere al regime.

Attenzione, però, al filtro dell’articolo 19. Il 7% si applica ai redditi esteri tassabili in Italia: una pensione da servizio pubblico britannico, tassata solo nel Regno Unito, resta fuori dal perimetro del 7%. Un ex insegnante di scuola statale o un ex dipendente dell’NHS deve metterlo in conto. La mappa aggiornata delle località eleggibili è nell’articolo sui comuni del regime 7%; il funzionamento del regime è approfondito nella guida su come vivere in Italia con una pensione estera. È il regime su cui si concentra il percorso Silver Move, dedicato ai pensionati esteri.

Silver Move – il trasferimento dei pensionati

Stai valutando il trasferimento come pensionato? Il percorso Silver Move accompagna i pensionati esteri passo dopo passo: dalla scelta del comune giusto del Sud al visto, fino all’opzione per il regime del 7%.

Per il lavoratore da remoto e il professionista: il regime impatriati

Il regime impatriati è la via di chi porta in Italia un lavoro qualificato. Disciplinato dal Decreto Legislativo 209/2023, riduce del 50% la base imponibile dei redditi di lavoro prodotti in Italia — quindi se ne tassa solo la metà — per cinque periodi d’imposta, entro un tetto di reddito agevolabile di 600.000 euro l’anno. La riduzione sale al 60% (si tassa il 40%) per chi si trasferisce con un figlio minore o diventa genitore durante il periodo agevolato. Il funzionamento completo è nella guida al regime impatriati.

L’accesso richiede alcune condizioni: non essere stati residenti fiscali in Italia nei tre periodi d’imposta precedenti, impegnarsi a risiedere in Italia per almeno quattro anni, possedere requisiti di elevata qualificazione o specializzazione e svolgere l’attività lavorativa per la maggior parte dell’anno nel territorio italiano.

Quest’ultimo punto è cruciale per chi lavora da remoto. Un lavoratore che vive fisicamente in Italia e lavora per un datore o per clienti britannici svolge comunque l’attività in territorio italiano: può quindi rientrare nel regime impatriati, se soddisfa le altre condizioni. Vale per molti titolari di Digital Nomad Visa e per i professionisti che spostano in Italia la propria attività. È la rotta accompagnata dal percorso Nomad Landing.

Per l'italiano che rientra dal Regno Unito: impatriati e fattore AIRE

Per l’italiano che rientra dopo anni di lavoro nel Regno Unito, il regime impatriati è lo strumento naturale: nasce proprio come misura per il rientro di lavoratori qualificati. Le condizioni sono le stesse appena descritte, ma con un’attenzione in più sul requisito della residenza all’estero.

Un cittadino italiano si considera residente all’estero nei periodi rilevanti se è stato iscritto all’Anagrafe degli Italiani Residenti all’Estero (AIRE), oppure se ha avuto la residenza in un altro Stato in base a una convenzione contro le doppie imposizioni. Chi ha lavorato nel Regno Unito senza iscriversi all’AIRE dovrà quindi poter dimostrare la residenza fiscale britannica per quegli anni: è un controllo da fare per tempo.

C’è poi una regola specifica per chi torna a lavorare per lo stesso datore. Se il lavoratore svolge in Italia l’attività a favore dello stesso soggetto — o di una società dello stesso gruppo — per cui lavorava all’estero, il periodo minimo di residenza fuori dall’Italia non è di tre anni ma di sei anni, che salgono a sette se prima di espatriare era già stato impiegato in Italia per lo stesso soggetto o gruppo. Per chi rientra è anche il momento di valutare l’eventuale percorso verso la cittadinanza italiana per discendenza dei propri figli nati nel Regno Unito.

Nomad Landing – per chi rientra in Italia

Torni in Italia dopo anni nel Regno Unito? Con Nomad Landing verifichiamo i requisiti del regime impatriati per i rimpatriati — iscrizione AIRE, anni di residenza all’estero, regola dello stesso datore — e impostiamo il rientro.

Per i grandi patrimoni: la flat tax per neo-residenti

Per chi ha un patrimonio importante, l’Italia offre il regime dei neo-residenti dell’articolo 24-bis del TUIR, noto come flat tax. Consente di pagare un’imposta sostitutiva forfettaria su tutti i redditi di fonte estera, indipendentemente dal loro ammontare, al posto dell’IRPEF (Imposta sul Reddito delle Persone Fisiche) progressiva.

L’importo dell’imposta è stato rivisto più volte. Per chi trasferisce la residenza in Italia dal 1° gennaio 2026 è di 300.000 euro annui, secondo la Legge di Bilancio 2026; era di 200.000 euro per i trasferimenti fino al 31 dicembre 2025, e di 100.000 euro nella versione originaria. Una clausola di salvaguardia tutela chi ha già aderito: chi ha trasferito la residenza entro il 31 dicembre 2025 continua ad applicare l’importo in vigore al momento dell’adesione. L’opzione può essere estesa ai familiari, con un’imposta di 50.000 euro ciascuno, e dura fino a quindici anni.

Il regime è riservato a chi non è stato residente fiscale in Italia per almeno nove dei dieci periodi d’imposta precedenti, e comporta anche l’esonero dal monitoraggio fiscale (quadro RW) e dalle imposte patrimoniali sugli attivi esteri. È la scelta dei grandi patrimoni, accompagnata da Impatria con i percorsi Elite Residency e, per chi accede tramite investimento, Investor Entry; chi valuta la via dell’investimento può partire dalla guida al Golden Visa in Italia.

Elite Residency e Investor Entry – grandi patrimoni e investitori

Hai un patrimonio importante o vuoi entrare in Italia tramite investimento? Elite Residency struttura la residenza dei grandi patrimoni con la flat tax; Investor Entry segue chi accede con il visto per investitori.

Testamento e successione: quale legge regola la mia eredità in Italia?

Una domanda che pochi si pongono prima di trasferirsi può cambiare chi eredita: a chi devono andare i tuoi beni alla tua morte. Non è un dettaglio. In Italia esiste la legittima, la quota riservata per legge al coniuge e ai figli, che non può essere assegnata ad altri. Nel Regno Unito non c’è: chi fa testamento è libero di disporre come vuole.

La legge applicabile alla successione di una persona che muore residente in uno Stato dell’Unione Europea è disciplinata dal Regolamento UE 650/2012. La regola generale, fissata dall’articolo 21, è che si applica la legge dello Stato in cui il defunto aveva la residenza abituale al momento della morte. Per un cittadino britannico che ha trasferito la residenza in Italia, in assenza di scelta esplicita, questo significa l’applicazione della legge italiana — quindi anche della legittima.

L’articolo 22 dello stesso Regolamento offre però una via d’uscita. Chiunque può scegliere, in modo espresso nel proprio testamento, la legge dello Stato di cui possiede la cittadinanza, anche se non si tratta di uno Stato dell’Unione Europea. Un cittadino britannico residente in Italia può dunque eleggere la legge del Regno Unito a regolare l’intera successione, tornando alla libertà di testare propria del diritto inglese.

Questa scelta — che il diritto chiama professio iuris — produce effetti dirimenti, ma va fatta nel modo corretto: in un testamento valido secondo i requisiti formali, e coordinata con eventuali testamenti britannici precedenti. Un cittadino britannico che si trasferisce in Italia senza rifare o aggiornare il proprio testamento si trova, in concreto, soggetto alla legge italiana sulle successioni. Il Regolamento stabilisce quale legge regola la divisione del patrimonio; le imposte sulla successione, trattate più sopra, sono un’altra cosa. Vanno pianificate entrambe, ma con strumenti diversi.

Trasferirsi in Italia in pensione: guida completa 2026

Come funziona la sanità italiana per chi arriva dal Regno Unito?

I residenti in Italia possono accedere al Servizio Sanitario Nazionale (SSN), che garantisce il medico di base, le cure ospedaliere e l’accesso alle prestazioni con il sistema del ticket. L’iscrizione è obbligatoria e gratuita per chi lavora in Italia o ha un permesso che vi dà diritto. Chi non rientra in questi casi — per esempio un titolare di visto per Residenza Elettiva — può iscriversi volontariamente al SSN versando un contributo annuo di €2.000 (€700 per gli studenti), ai sensi della Legge di Bilancio 2024, oppure stipulare un’assicurazione sanitaria privata. Il confronto tra le opzioni è approfondito nella guida alla sanità in Italia per pensionati stranieri.

Per i pensionati britannici esiste una via dedicata: il modulo S1. Chi percepisce la pensione statale britannica e si trasferisce in Italia può richiedere alla NHS Business Services Authority, fino a 90 giorni prima del trasferimento, un modulo S1 che dà diritto all’iscrizione al SSN con i costi a carico del Regno Unito. Il modulo non vale se il pensionato percepisce anche una pensione statale italiana, perché in quel caso la copertura spetta all’Italia. Ottenuto l’S1, va registrato presso l’ASL competente per il luogo di residenza.

La differenza con il sistema britannico non è solo di costo. Il SSN è universalistico, ma l’organizzazione varia da regione a regione: la scelta del territorio in cui vivere incide sulla qualità dei servizi e sui tempi di accesso alle cure.

Guida alla sanità in Italia per pensionati stranieri

Cosa succede alla patente e all'automobile britannica?

La patente britannica si può convertire in patente italiana senza sostenere un nuovo esame. Lo consente l’accordo bilaterale tra Italia e Regno Unito sul reciproco riconoscimento delle patenti di guida, firmato il 23 dicembre 2022, applicabile dal 30 marzo 2023 e valido fino al 30 marzo 2028.

La conversione spetta a chi era già titolare della patente prima di diventare residente in Italia, ed è ammessa anche per le patenti scadute da meno di cinque anni. La domanda va presentata quando si è residenti in Italia da non più di sei anni, e la pratica si svolge presso l’Ufficio della Motorizzazione Civile competente per il luogo di residenza.

Diverso è il discorso per l’automobile. Un veicolo con targa estera non può circolare a lungo se l’intestatario è residente in Italia: dopo il trasferimento di residenza, l’auto britannica va immatricolata con targa italiana entro i termini previsti dal Codice della Strada. Conviene valutare se trasferire davvero il veicolo o acquistarne uno già immatricolato in Italia, anche per la differenza della guida a destra.

Quanto costa vivere in Italia e dove vivono i cittadini britannici?

In termini generali, il costo della vita in Italia è inferiore a quello del Regno Unito, soprattutto sulla casa; alcune voci, come parte della spesa alimentare, sono più vicine. È un confronto che dipende molto dal luogo: vivere a Milano o Firenze ha un costo diverso dal vivere in un borgo del Sud, così come Londra non rappresenta l’intero Regno Unito.

Voce di spesaTendenza in Italia rispetto al Regno Unito
Affitto e acquisto della casaGeneralmente inferiore, con divari ampi tra grandi città e borghi
Spesa alimentareSimile, con i prodotti freschi locali spesso più convenienti
Ristoranti e trasporti pubbliciGeneralmente inferiore
SanitàNettamente inferiore, grazie al Servizio Sanitario Nazionale

Per valori puntuali e aggiornati conviene consultare gli indici dei prezzi di Eurostat e i dati ISTAT, oltre alla guida al costo della vita in Italia per chi arriva dall’estero. Chi pianifica l’acquisto di una casa trova le indicazioni pratiche nella guida su come comprare casa in Italia dall’estero e, per il finanziamento, nell’articolo sul mutuo per stranieri in Italia; la ricerca dell’immobile è il cuore del servizio Property Finder. Per molti britannici, soprattutto pensionati, il differenziale sulla casa e sulla sanità è la voce che pesa di più nella decisione.

Quanto alla geografia, i cittadini britannici residenti in Italia erano 25.745 al 1° gennaio 2025, secondo l’elaborazione ISTAT sui dati del censimento permanente della popolazione. Le concentrazioni maggiori sono in Lombardia (circa il 18% del totale), seguita da Toscana e Lazio (intorno al 14% ciascuna) e poi da Piemonte ed Emilia-Romagna. In alcune regioni — Toscana, Umbria, Abruzzo, Sardegna — i cittadini britannici pesano sulla popolazione straniera molto più della media nazionale. Nel Mezzogiorno, il regime del 7% rende più sostenibile il progetto di trasferimento.

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Esempi pratici

Due profili concreti, due regimi diversi: lo stesso percorso può portare a conti molto diversi a seconda di chi sei e di quale regime ti spetta.

Una coppia di pensionati che opta per il 7%

Si consideri una coppia britannica prossima alla pensione. Lei, 63 anni, ex insegnante di scuola statale con una pensione del sistema pensionistico pubblico britannico pari a circa 34.000 euro annui equivalenti. Lui, 65 anni, con una pensione occupazionale privata e una rendita per circa 31.000 euro annui equivalenti. Decidono di trasferirsi in un comune della Puglia con meno di 30.000 abitanti.

Il punto che cambia tutto è la natura delle due pensioni. La pensione da servizio pubblico, in base all’articolo 19 della Convenzione, resta tassata nel Regno Unito: non entra nella base imponibile italiana e, di conseguenza, non beneficia del regime del 7%. La pensione occupazionale privata del marito, invece, è tassabile in Italia come reddito di un residente fiscale, e su di essa il regime del 7% può applicarsi, con un’imposta sostitutiva di circa 2.170 euro l’anno.

Risultato: la coppia accede al regime del 7%, ma solo su una parte dei redditi, e deve mettere in conto l’imposta britannica sulla pensione pubblica.

Una freelance digitale col regime impatriati

Si consideri una freelance trentacinquenne, cittadina britannica, che si trasferisce da Londra a Milano per continuare a lavorare in remoto per i propri clienti britannici, con un reddito da lavoro autonomo di circa 80.000 euro annui equivalenti. Ha una laurea e nessun figlio minore al momento del trasferimento.

Soddisfa le condizioni del regime impatriati: non è stata residente fiscale in Italia nei tre periodi d’imposta precedenti, si impegna a risiedere in Italia per almeno quattro anni, possiede il requisito dell’elevata qualificazione e l’attività lavorativa viene svolta fisicamente in territorio italiano. Per cinque periodi d’imposta solo il 50% del reddito prodotto in Italia concorre alla base imponibile IRPEF: i suoi 80.000 euro vengono tassati su una base di 40.000 euro, con un risparmio fiscale dell’ordine di alcune migliaia di euro l’anno rispetto al regime ordinario.

Sono esempi illustrativi, non casi reali: ogni situazione va valutata con i professionisti competenti, da entrambi i lati della Manica.

Errori da evitare nel trasferimento

Alcuni errori si ripetono con una frequenza che vale la pena conoscere prima. Sono pochi, costano molto e si evitano quasi sempre con un po’ di pianificazione.

  • Non coordinare lo split year britannico con l’anno solare italiano. Trasferirsi senza calcolare l’incastro delle due tassazioni può produrre una doppia residenza fiscale nello stesso periodo, che il credito d’imposta della Convenzione non sempre azzera.
  • Perdere la finestra dei contributi National Insurance di Classe 2. Chi versa già la Classe 2 ha tempo fino al 6 aprile 2027 per passare alla Classe 3 con il criterio agevolato dei tre anni; superata la data, scatta il requisito dei dieci anni.
  • Dare per scontato che la pensione NHS o da insegnante entri nel regime del 7%. Le pensioni da servizio pubblico britannico restano tassate nel Regno Unito ai sensi dell’articolo 19 della Convenzione e non rientrano nella base imponibile italiana.
  • Non iscriversi all’AIRE durante il periodo nel Regno Unito. Per gli italiani che rientrano e vogliono accedere al regime impatriati, l’iscrizione all’AIRE è la prova più semplice della residenza all’estero nei periodi rilevanti.
  • Trasferirsi senza rifare il testamento. In assenza di scelta esplicita di legge, alla successione di un residente in Italia si applica la legge italiana, con la legittima. Chi vuole mantenere la libertà di testare del diritto britannico deve dichiararlo per iscritto.
  • Lasciare l’auto britannica con la targa estera oltre i termini. Un veicolo intestato a un residente in Italia con targa estera non può circolare a lungo: scattano sanzioni e fermo amministrativo.

Conclusione

La Brexit ha cambiato la procedura, non la possibilità. Un cittadino britannico oggi si trasferisce in Italia come cittadino extra-UE, e la comunità britannica nel Paese resta comunque numerosa e radicata.

La differenza tra un trasferimento riuscito e uno pieno di sorprese non sta nel lato italiano, che è prevedibile, ma nel coordinamento dei due sistemi. Quale pensione resta tassata nel Regno Unito, fino a quando l’imposta di successione britannica continua a seguire chi parte, come incastrare l’anno fiscale italiano e quello britannico, quale legge regolerà la propria successione, quale regime agevolato è davvero alla portata del proprio profilo: sono le domande che decidono la convenienza reale. Vanno poste prima di partire, non dopo.

Questo articolo ha carattere informativo e non sostituisce la consulenza di un avvocato, di un commercialista o di un consulente immigrazionista. Le situazioni fiscali, successorie e immigratorie internazionali vanno valutate caso per caso.

Fonti

Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale (MAECI); Consolato Generale d’Italia a Londra (trasferimenti, visti, patenti, tariffe consolari).

Ministero dell’Interno — Polizia di Stato, Portale Immigrazione (permesso di soggiorno e tabelle dei costi).

Agenzia delle Entrate — impatriati (D.Lgs 209/2023), neo-residenti (art. 24-bis TUIR), pensionati esteri (art. 24-ter TUIR); Circolare n. 20/E del 4 novembre 2024 sulla residenza fiscale.

Gazzetta Ufficiale — Legge di Bilancio 2026 (flat tax neo-residenti); legge in vigore dal 7 aprile 2026 sull’ampliamento a 30.000 abitanti dei comuni del regime 7%; Legge 329/1990 di ratifica della Convenzione Italia-Regno Unito.

Convenzione Italia-Regno Unito contro le doppie imposizioni sui redditi (firmata a Pallanza il 21 ottobre 1988), artt. 18 e 19; Convenzione Italia-Regno Unito sulle successioni del 15 febbraio 1966.

GOV.UK e NHS Business Services Authority — P85, Statutory Residence Test e split year, contributi volontari National Insurance dall’estero dal 6 aprile 2026, State Pension if you retire abroad, NRL1, Inheritance Tax for long-term UK residents, modulo S1.

ISTAT — censimento permanente della popolazione: cittadini britannici residenti al 1° gennaio 2025; Regolamento (UE) n. 650/2012 sulle successioni transfrontaliere.

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Faq

No, non oltre i 90 giorni. Per turismo o visite un cittadino britannico può restare in Italia fino a 90 giorni ogni 180 senza visto, e dall'ultimo trimestre del 2026 con l'autorizzazione ETIAS. Per soggiorni più lunghi è obbligatorio un visto nazionale di tipo D e, dopo l'arrivo, il permesso di soggiorno.

Sì. Chi si trasferisce stabilmente all'estero informa l'HMRC, di norma con il modulo P85, salvo che presenti una dichiarazione Self Assessment per l'anno di partenza. La residenza fiscale britannica è determinata dallo Statutory Residence Test; nell'anno del trasferimento può applicarsi lo split-year.

Sì. L'anno fiscale del Regno Unito va dal 6 aprile al 5 aprile dell'anno successivo, mentre quello italiano coincide con l'anno solare, dal 1° gennaio al 31 dicembre. Il Regno Unito prevede lo split-year per l'anno del trasferimento; l'Italia no. Coordinare le due date evita la doppia residenza fiscale.

In genere no. Le pensioni da servizio pubblico britannico — NHS, civil service, forze armate, insegnanti delle scuole statali — seguono l'articolo 19 della Convenzione Italia-Regno Unito e restano tassate nel Regno Unito per un cittadino britannico, anche se residente in Italia. Le pensioni private e la pensione statale, invece, sono tassabili in Italia.

Sì, ma alle nuove condizioni. Dal 6 aprile 2026 non è più possibile versare i contributi volontari di Classe 2 (circa 182 sterline l'anno) per i periodi all'estero: resta la Classe 3, circa cinque volte più cara (circa 923 sterline l'anno), con requisiti più stringenti per i nuovi richiedenti. Chi versa già la Classe 2 può passare alla Classe 3 con un criterio agevolato presentando domanda entro il 6 aprile 2027.

Sì. La pensione statale britannica continua a essere rivalutata ogni anno per chi risiede in Italia: per chi si è trasferito entro il 2020 grazie all'Accordo di recesso, per chi si trasferisce dal 2021 grazie al Protocollo sulla sicurezza sociale dell'Accordo UE-Regno Unito. Si gestisce tramite l'International Pension Centre.

Il reddito da locazione di un immobile britannico resta imponibile nel Regno Unito tramite il Non-Resident Landlord Scheme, con una ritenuta del 20% salvo autorizzazione a ricevere il canone al lordo (modulo NRL1). Lo stesso reddito va dichiarato anche in Italia da residente fiscale, con il credito previsto dalla Convenzione contro le doppie imposizioni.

Dipende. Un pensionato con redditi esteri può puntare al regime del 7% in un piccolo comune del Sud. Un lavoratore qualificato, anche da remoto, e un italiano che rientra possono accedere al regime impatriati. Chi ha un patrimonio importante può valutare la flat tax per neo-residenti. La scelta va verificata con un professionista, perché ogni regime ha requisiti propri.

Può esserlo, con un'avvertenza. In assenza di una scelta esplicita di legge nel testamento, alla successione di un residente in Italia si applica per default la legge italiana, con la legittima a favore di coniuge e figli. L'articolo 22 del Regolamento UE 650/2012 consente però a un cittadino britannico di scegliere espressamente la legge del Regno Unito. Conviene aggiornare il testamento dopo il trasferimento.

Sì, ed è convertibile. Grazie all'accordo bilaterale tra Italia e Regno Unito del 23 dicembre 2022, valido fino al 30 marzo 2028, la patente britannica si converte in patente italiana senza un nuovo esame. La domanda va presentata quando si è residenti in Italia da non più di sei anni.

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