Trasferirsi all’estero non significa rinunciare alla possibilità di lavorare con clienti italiani. Sempre più professionisti — consulenti, grafici, programmatori, traduttori, digital nomads — mantengono relazioni di lavoro con l’Italia pur vivendo stabilmente in un altro Paese.
In questi casi, una delle domande più frequenti è:
“Posso aprire una Partita IVA dall’estero?”
La risposta è sì, ma con alcune precisazioni fondamentali.
Aprire una Partita IVA italiana dall’estero è tecnicamente possibile, ma la convenienza fiscale e la correttezza giuridica dipendono da dove sei fiscalmente residente e da dove svolgi concretamente l’attività.
Chi può aprire una Partita IVA dall’estero
Per aprire una partita IVA in Italia dall’estero, è necessario rispettare le regole sulla residenza fiscale.
Secondo l’articolo 2 del TUIR (Testo Unico delle Imposte sui Redditi), una persona è considerata fiscalmente residente in Italia se, per la maggior parte del periodo d’imposta (almeno 183 giorni), si verifica una delle seguenti condizioni:
- è iscritta all’anagrafe della popolazione residente;
- oppure ha in Italia il domicilio, inteso come centro principale dei propri interessi;
- oppure ha in Italia la dimora abituale.
Chi è iscritto all’AIRE (Anagrafe degli Italiani Residenti all’Estero) è, di norma, considerato non residente in Italia ai fini fiscali. Tuttavia, può aprire una Partita IVA italiana se esercita un’attività economica che produce redditi di fonte italiana, come stabilito dall’art. 23 del TUIR.
In pratica:
- se vivi all’estero ma fatturi a clienti italiani o collabori con aziende italiane, puoi aprire una Partita IVA in Italia;
- se vivi all’estero e lavori esclusivamente per clienti stranieri, conviene valutare se aprirla in Italia è davvero necessario o se è preferibile operare con la fiscalità del Paese in cui risiedi.
In ogni caso, prima di aprire la posizione, è consigliabile verificare la propria residenza fiscale effettiva: è il fattore che determina dove verranno tassati i redditi e quali contributi previdenziali dovrai versare.
Requisiti essenziali per aprire una Partita IVA dall’estero
Aprire una Partita IVA dall’estero non richiede la presenza fisica nel Paese, ma servono alcuni strumenti e prerequisiti amministrativi:
- Codice fiscale italiano attivo – indispensabile per qualsiasi rapporto con l’Agenzia delle Entrate.
- SPID o CIE – necessari per accedere ai servizi telematici; in alternativa, puoi delegare un intermediario abilitato (commercialista o consulente).
- PEC attiva – la posta elettronica certificata è obbligatoria per ricevere comunicazioni ufficiali.
- Scelta del codice ATECO – identifica l’attività prevalente (es. consulenza, design, traduzione, sviluppo software).
- Iscrizione INPS –
- Gestione Separata per liberi professionisti senza cassa;
- Gestione Artigiani o Commercianti per attività imprenditoriali.
- Domicilio fiscale in Italia – puoi indicare un indirizzo presso il tuo consulente o studio professionale; serve per la corrispondenza e come riferimento ufficiale.
La procedura è interamente telematica. Puoi compilarla autonomamente o con l’assistenza di un intermediario:
- Compilare il modello AA9/12 (scaricabile dal sito dell’Agenzia delle Entrate);
- Inviare la comunicazione tramite SPID o PEC;
- Ricevere il numero di Partita IVA, che viene attribuito immediatamente e senza costi;
Se necessario, completare l’iscrizione alla Camera di Commercio (solo per artigiani/commercianti) e all’INAIL.
Dove si pagano le tasse se vivi all’estero ma hai una Partita IVA in Italia
La regola generale è semplice:
“si pagano le imposte nel Paese in cui si è fiscalmente residenti”
Ma, come spesso accade, il diavolo è nei dettagli.
Quando si vive all’estero e si apre una Partita IVA in Italia, la tassazione dipende da due fattori chiave:
- dove si è fiscalmente residenti;
- dove i redditi vengono prodotti.
In molti casi la tassazione non è esclusiva, ma condivisa tra due Stati attraverso le Convenzioni contro la doppia imposizione.
La residenza fiscale: il punto di partenza
La residenza fiscale determina in quale Stato i tuoi redditi devono essere dichiarati.
Un italiano iscritto all’AIRE e stabilmente residente all’estero è considerato, di norma, non residente in Italia.
Questo significa che sarà tassato nel Paese di residenza, salvo per i redditi che si considerano “prodotti in Italia”.
L’articolo 23 del TUIR stabilisce che sono imponibili in Italia i redditi generati da:
- attività svolte nel territorio italiano;
- prestazioni rese a soggetti italiani;
- redditi derivanti da beni o diritti economici situati in Italia.
In pratica:
- se vivi all’estero ma lavori per clienti italiani, parte del reddito può essere tassato in Italia come reddito di fonte italiana;
- se vivi e lavori esclusivamente per clienti stranieri, i redditi restano imponibili nel Paese in cui sei fiscalmente residente.
Le Convenzioni contro la doppia imposizione
Per evitare che lo stesso reddito venga tassato due volte — una in Italia e una nel Paese di residenza — esistono le Convenzioni internazionali contro la doppia imposizione, stipulate sulla base del Modello OCSE.
Queste convenzioni stabiliscono:
- quale Stato ha la priorità di tassazione in base alla natura del reddito (lavoro autonomo, d’impresa, pensione, ecc.);
- come si evita la doppia imposizione (es. tramite credito d’imposta nel Paese di residenza);
- e quali criteri prevalgono se una persona è considerata residente da entrambi gli Stati (c.d. tie-breaker rules).
Esempi pratici:
- Un italiano residente in Grecia con Partita IVA italiana può dichiarare i redditi in Grecia, ma deve dimostrare di non avere una base fissa in Italia.
- Un professionista residente in Portogallo con clienti italiani dovrà dichiarare i redditi nel Paese di residenza, ma eventuali attività svolte fisicamente in Italia potrebbero essere tassate anche in Italia.
Base fissa e “stabile organizzazione”: cosa significa davvero
Anche se vivi all’estero, puoi essere considerato fiscalmente “presente” in Italia se disponi di una base fissa o di una stabile organizzazione.
Secondo il modello OCSE, si tratta di una sede fissa d’affari attraverso la quale l’attività viene svolta in modo abituale: può essere un ufficio, uno studio, un laboratorio o perfino un coworking usato regolarmente.
In tal caso, i redditi prodotti tramite quella base vengono tassati in Italia, anche se la residenza anagrafica è altrove.
Per i professionisti che alternano periodi in Italia e all’estero, è quindi essenziale documentare:
- dove vengono effettivamente svolte le prestazioni,
- dove si trova la base operativa prevalente,
- e se esiste un centro decisionale stabile sul territorio.
Lavoro da remoto e casi ibridi
La globalizzazione del lavoro ha moltiplicato i casi “ibridi”: professionisti – come digital nomads e remote workers – che vivono tra più Paesi, lavorano online e fatturano in giurisdizioni diverse.
In questi scenari, la chiave è la tracciabilità.
Conviene:
- registrare i giorni di presenza fisica in ciascun Paese (utile in caso di controlli);
- mantenere contratti e documentazione che provino dove i servizi sono effettivamente resi;
- farsi assistere da un consulente esperto in fiscalità internazionale, per individuare lo Stato che ha la potestà impositiva principale.
Le amministrazioni fiscali europee si scambiano oggi le informazioni in modo automatico, in base alle direttive DAC (Direttive sulla Cooperazione Amministrativa) e al Common Reporting Standard (CRS), che permettono ai Paesi UE di condividere dati su redditi, conti e attività estere.
| Situazione | Tassazione prevalente | Eccezioni/Note |
|---|---|---|
| Residente all’estero (AIRE), clienti solo esteri | Nel Paese di residenza | Nessuna tassazione in Italia |
| Residente all’estero, clienti italiani | In Italia | Redditi di fonte italiana |
| Residente all’estero con ufficio o sede in Italia | In Italia | Configura “stabile organizzazione” |
| Rientro in Italia con regime Impatriati | In Italia | Esenzione 50% (60% con figli minori) fino a €600.000 |
| Nomade digitale extra-UE con visto | In Italia | Tassazione locale o flat tax temporanea, a seconda del visto e della durata |
Se vivi all’estero ma collabori con clienti italiani, non basta aprire la Partita IVA: serve pianificare dove sei fiscalmente residente, come evitare la doppia imposizione e come gestire correttamente i contributi previdenziali.
Un’analisi iniziale con un consulente può chiarire dove dichiarare i redditi, quali convenzioni applicare e se conviene rientrare in Italia con un regime agevolato come quello per gli impatriati.
Regimi fiscali: forfettario, ordinario o impatriati?
Scegliere il regime fiscale giusto è il passo decisivo dopo l’apertura della Partita IVA — soprattutto per chi vive o ha vissuto all’estero.
La scelta incide su tassazione, contributi, obblighi dichiarativi e accesso a eventuali agevolazioni, quindi va fatta con una visione strategica.
In Italia, i regimi principali per lavoratori autonomi e freelance sono tre:
- forfettario;
- ordinario;
- impatriati (per chi trasferisce la residenza in Italia dopo un periodo all’estero).
Il regime forfettario: semplice e accessibile
Il regime forfettario è pensato per chi avvia o gestisce un’attività di piccole dimensioni.
Possono accedervi i titolari di Partita IVA che:
- non superano 85.000 € di ricavi annui;
- non possiedono partecipazioni in società di persone o srl trasparenti;
- e svolgono attività individuale o professionale.
Vantaggi principali:
- imposta sostitutiva unica al 15%, ridotta al 5% per i primi 5 anni in caso di nuova attività;
- nessuna IVA, nessuna IRAP, adempimenti contabili minimi;
- possibilità di versare contributi INPS ridotti se iscritti alla Gestione Separata.
Approfondimento correlato: Regime Forfettario o Regime impatriati
Tuttavia, il forfettario richiede la residenza fiscale in Italia.
Chi è iscritto all’AIRE e vive stabilmente all’estero non può aderirvi finché non trasferisce la residenza in Italia. Fa eccezione chi risiede in uno Stato UE o SEE e produce in Italia almeno il 75% del reddito complessivo (art. 1, comma 57, lett. b, L. 190/2014).
Per questo, molti italiani all’estero pianificano il rientro proprio per poter accedere al forfettario o — in alternativa — al Regime degli Impatriati.
Il regime ordinario: più complesso, ma più flessibile
Il regime ordinario è la forma “standard” di tassazione per le Partite IVA italiane.
Si applica automaticamente se non si rispettano i requisiti del forfettario o se si sceglie volontariamente un regime più articolato.
Caratteristiche principali:
- tassazione progressiva IRPEF (dal 23% al 43%);
- possibilità di dedurre integralmente le spese (software, coworking, viaggi, formazione, consulenze, attrezzature, ecc.);
- obbligo di liquidare l’IVA periodicamente e tenere una contabilità ordinata.
È il regime preferito da chi ha spese rilevanti o attività con margini elevati, perché consente un controllo preciso dei costi deducibili.
Può essere vantaggioso per i professionisti che lavorano da remoto tra più Paesi e hanno necessità di gestire in modo flessibile la fiscalità internazionale, ma comporta maggiore complessità gestionale.
Il nuovo regime impatriati: l’agevolazione per chi rientra in Italia
Il Regime degli Impatriati, completamente riformato dal D.Lgs. 209/2023, è l’incentivo pensato per chi decide di tornare in Italia dopo un periodo di lavoro all’estero.
L’obiettivo è attrarre capitale umano qualificato e professionisti con competenze internazionali, offrendo una tassazione ridotta sui redditi prodotti in Italia.
Principali caratteristiche (versione 2024–2025):
- Esenzione del 50% del reddito agevolabile (da lavoro dipendente o autonomo);
- Durata: 5 anni;
- Tetto massimo: €600.000 annui di reddito agevolabile;
- Requisiti:
- non residenza in Italia nei tre periodi d’imposta precedenti;
- trasferimento della residenza fiscale in Italia e permanenza per almeno quattro anni;
- possesso di elevata qualificazione o specializzazione (come definito dal D.Lgs. 108/2012 e 206/2007);
- attività lavorativa svolta prevalentemente sul territorio italiano.
- Maggiorazione possibile: fino al 60% di esenzione in presenza di figli minori o altri requisiti familiari specifici.
- Abolita la precedente maggiorazione territoriale (70%–90%) per chi si trasferiva nel Mezzogiorno.
Questa agevolazione è valida anche per lavoratori autonomi con Partita IVA (non solo dipendenti), purché rispettino i requisiti indicati.
Rappresenta quindi un vero ponte di rientro per i freelance italiani all’estero, che possono riprendere la propria attività in Italia con un’imposizione dimezzata.
Come scegliere il regime giusto
Non esiste un regime “migliore” in assoluto: tutto dipende dal tuo profilo e dai tuoi obiettivi.
| Scenario | Regime consigliato | Motivo principale |
|---|---|---|
| Freelance che rientra in Italia con redditi medio-bassi | Forfettario | Tassazione fissa e gestione semplificata |
| Professionista con redditi medio-alti o spese rilevanti | Ordinario | Deduzioni ampie e gestione personalizzata |
| Italiano all’estero che rientra dopo 3 anni o più | Impatriati | Esenzione 50% (60% con figli) e incentivo al rientro |
| Nomade digitale non residente | Ordinario estero / fiscalità locale | Dipende dalle convenzioni e dalla durata della permanenza |
Un freelance che vive stabilmente fuori dall’Italia e lavora solo con clienti stranieri non può aderire al forfettario finché non trasferisce la residenza fiscale.
Tuttavia, può pianificare il rientro usufruendo del Regime Impatriati o valutare la costituzione di una società estera, verificando le convenzioni fiscali per evitare doppie imposizioni.
Errori comuni da evitare quando si apre una Partita IVA vivendo all’estero
Aprire una Partita IVA dall’estero sembra, a prima vista, un’operazione semplice: la procedura è online, l’attribuzione del numero è immediata e in pochi minuti si ottiene un codice fiscale attivo.
Ma la vera complessità arriva dopo l’apertura, quando bisogna gestire tassazione, contributi previdenziali, residenza fiscale e convenzioni internazionali.
Molti freelance o professionisti italiani all’estero commettono gli stessi errori per mancanza di pianificazione o per affidarsi a informazioni generiche trovate online.
1. Aprire la Partita IVA senza pianificare la residenza fiscale
Il primo errore è non chiarire la propria posizione fiscale prima di aprire la Partita IVA.
In un contesto transnazionale, la fiscalità dipende da tre elementi:
- dove risiedi stabilmente;
- dove svolgi concretamente il lavoro;
- dove si trovano i tuoi clienti.
Aprire una Partita IVA italiana pur vivendo e lavorando all’estero può generare conseguenze importanti:
- doppia imposizione fiscale (Italia + Paese di residenza);
- perdita del diritto a regimi agevolati (forfettario o impatriati);
- o, peggio, errori dichiarativi che portano a contestazioni da parte delle autorità fiscali.
Un consulente esperto in fiscalità internazionale ti aiuta a:
- determinare la tua residenza fiscale effettiva;
- verificare le Convenzioni contro la doppia imposizione applicabili;
- impostare la contabilità transfrontaliera nel modo corretto.
2. Sottovalutare i contributi previdenziali
Un altro errore comune è ignorare la parte previdenziale.
Chi apre una Partita IVA italiana, anche da non residente, è soggetto all’iscrizione INPS nella gestione corretta, salvo esistenza di accordi bilaterali di sicurezza sociale.
- Gestione Separata INPS → per professionisti senza cassa (aliquota 2025: 26,07% sul reddito imponibile).
- Gestione Artigiani o Commercianti → per attività d’impresa, con contributi fissi minimi più aliquota sulla parte eccedente il minimale.
In mancanza di coordinamento con il sistema previdenziale estero, si rischia di versare contributi doppi.
Un professionista qualificato può verificare se esistono accordi internazionali di sicurezza sociale (come quelli tra Italia e Svizzera, UE, Canada, Australia, Brasile, ecc.) che evitano la doppia contribuzione.
3. Ignorare le Convenzioni contro la doppia imposizione
Ogni anno molti italiani iscritti all’AIRE vengono richiamati per controlli sull’effettiva residenza fiscale.
Questo accade quando si mantiene una Partita IVA italiana ma non si dimostra di aver spostato in modo stabile i propri interessi all’estero.
Le Convenzioni internazionali servono proprio a regolare questi casi, ma vanno applicate correttamente:
- determinando in quale Stato il reddito è imponibile;
- richiedendo, se necessario, il certificato di residenza fiscale estero;
- compilando correttamente il quadro RW e le sezioni dei redditi esteri nella dichiarazione italiana.
Una pianificazione preventiva evita di dover ricorrere a rettifiche, sanzioni o doppi adempimenti.
4. Aprire la Partita IVA “per provare” senza una strategia
Aprire una Partita IVA “tanto per vedere come va” è un errore che molti commettono.
Ogni apertura genera obblighi dichiarativi: anche senza fatturato, occorre presentare dichiarazioni fiscali e previdenziali, e la chiusura non è automatica.
Senza una visione chiara su dove si intende lavorare, con chi e in quale regime, si rischia di creare un’identità fiscale ambigua — difficile da gestire nel lungo periodo.
CONSIGLIO DI IMPATRIA
Prima di aprire la Partita IVA, richiedi una pianificazione fiscale personalizzata.
In un’unica sessione puoi chiarire:
• se conviene aprire in Italia o nel Paese di residenza;
• quali contributi dovrai versare e dove;
• come applicare le Convenzioni contro la doppia imposizione;
• e se puoi accedere a regimi agevolati come il forfettario o il nuovo Regime Impatriati.
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Conclusione
Aprire una Partita IVA in Italia pur vivendo all’estero è possibile, ma serve una visione strategica.
Residenza fiscale, previdenza, regimi agevolati e convenzioni internazionali sono leve che — se gestite con competenza — possono ridurre drasticamente la tassazione e garantire conformità totale in entrambi i Paesi.
Con Impatria puoi ottenere una valutazione completa della tua posizione fiscale, capire dove conviene aprire la Partita IVA, come evitare la doppia imposizione e come sfruttare i regimi più vantaggiosi per il tuo caso.
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Faq
Sì. È tecnicamente possibile aprirla dall’estero tramite SPID/CIE o con l’assistenza di un intermediario.
La convenienza dipende dalla tua residenza fiscale e da dove vengono prodotti i redditi. Se collabori con clienti italiani o hai una base operativa in Italia, va pianificato attentamente l’inquadramento fiscale.
Regola generale: paghi nel Paese di residenza fiscale.
Tuttavia, se produci redditi di fonte italiana, l’Italia può tassare quella quota.
Si applicano le Convenzioni contro la doppia imposizione, che stabiliscono quale Stato ha la priorità e come evitare la doppia tassazione.
Dipende dal tipo di attività:
- Professionista senza cassa → Gestione Separata INPS (26,07% sul reddito imponibile – aliquota 2025).
- Attività artigianale o commerciale → Gestione Artigiani/Commercianti (contributi fissi minimi + quota proporzionale).
Se versi già contributi nel Paese di residenza, verifica la presenza di accordi bilaterali per evitare doppie iscrizioni.
I casi specifici vengono analizzati durante la consulenza.
No, il regime forfettario richiede residenza fiscale in Italia.
Se sei AIRE o non residente, puoi aderirvi solo dopo aver trasferito la residenza in Italia. Unica eccezione: i residenti in uno Stato UE o SEE che producono in Italia almeno il 75% del reddito complessivo.
Approfondimento: Forfettario vs Impatriati – quale conviene davvero?
È l’agevolazione dedicata a chi rientra in Italia dopo almeno 3 anni di non-residenza e trasferisce la residenza fiscale nel Paese.
Prevede l’esenzione del 50% del reddito agevolabile (fino a €600.000) per 5 anni, elevabile al 60% in presenza di figli minori.
Approfondimento: Regime Impatriati – requisiti e vantaggi
Sì. Puoi eleggere un domicilio fiscale in Italia, ad esempio presso il tuo consulente o studio professionale.
Attenzione però: il domicilio non sostituisce la residenza e, se coincide con una base operativa, può comportare tassazione in Italia per “stabile organizzazione”.
Solo per attività artigianali o commerciali (impresa individuale).
Per attività professionali (consulenti, creativi, traduttori, sviluppatori, ecc.) non è richiesta: basta l’iscrizione alla Gestione Separata INPS.
- Clienti UE (B2B) → iscrizione al VIES e fatturazione senza IVA, con inversione contabile (reverse charge) nel Paese del cliente.
- Clienti extra-UE → fatture fuori campo IVA secondo le regole di territorialità.
Un consulente può aiutarti a gestire correttamente la fatturazione internazionale ed evitare errori nei registri IVA.
Dipende dal fatturato, dal rischio d’impresa e dai progetti di crescita.
Per molti freelance e consulenti all’inizio la Partita IVA è sufficiente.
Una società (SRL o estera) può diventare utile per strutturare un business, assumere personale o gestire più contratti internazionali.
Approfondimento dedicato: Come aprire una società in Italia dall’estero (reshoring e startup)
In questa sede indichiamo solo i contributi previdenziali (vedi sopra).
Per una stima completa — tasse, gestione, adempimenti — Impatria offre un servizio di simulazione personalizzata che calcola il costo totale di gestione (TCO) prima dell’apertura.

